Gioielli realizzati con le bombe

No War Factory è un giovane marchio di accessori etici, realizzati dagli scarti di ordigni bellici inesplosi, nato da una coppia di creativi toscani

Il Laos, nel sud est asiatico, vanta uno sfortunato primato mondiale: è il luogo più bombardato del pianeta. Tra il 1964 e il 1973, infatti, la zona del Laos chiamata Piana delle Giare fu pesantemente colpita dalle forze aeree statunitensi che operavano contro le forze comuniste del Vietnam del Nord e del Pathet Lao. Degli oltre 260 milioni di bombe a grappolo antiuomo sganciate, si stima che 80 milioni siano ancora inesplose, rappresentando una costante minaccia per la popolazione. In seguito a questo terribile periodo storico, quindi, gli abitanti della zona hanno dovuto, per la propria sicurezza, limitare gli spostamenti abbandonando buona parte della loro attività agricola.

Massimo MoriconiSerena Bacherotti dal 2010 hanno svolto una serie di spedizioni nel sud est asiatico con l’obiettivo di portare il loro aiuto concreto, collaborando con diverse associazioni internazionali di volontariato. È l’incontro con l’associazione canadese “Adopt a Village in Laos” che li porta a conoscenza di questo particolare territorio, della sua sfortunata storia recente e della sua popolazione. Massimo e Serena entrano, così, in contatto con gli artigiani di un villaggio della Piana delle Giare che realizzano utensili di uso comune e bracciali sfruttando l’alluminio ricavato dagli scarti degli ordigni. Da qui, l’idea della coppia di far partire un proprio progetto di collaborazione, No War Factory, con un doppio intento: diffondere la conoscenza di questo luogo e delle difficoltà vissute dalla sua popolazione in seguito alla guerra e contribuire al suo sviluppo economico.

Leggo che si tratta di un marchio molto giovane: da dove nasce per voi questo desiderio di creare un’impresa etica legata al Laos, in particolare?

Abbiamo iniziato diversi anni fa a compiere spedizioni umanitarie nel sud-est asiatico, entrando in contatto, e poi collaborando, con l’associazione canadese “Adopt a Village in Laos” per lo sviluppo di progetti umanitari nei villaggi rurali. Nel villaggio di Ban Naphia abbiamo scoperto l’attività artigianale di buona parte della popolazione locale, basata sulla creazione di oggetti, utensili e gioielli realizzati con l’alluminio proveniente dagli scarti degli ordigni bellici. Abbiamo deciso di dare avvio ad una stretta collaborazione questi artigiani e importare i loro manufatti, per migliorarli e personalizzarli creando una linea di gioielli vera e propria.

Buttarsi in una nuova avventura professionale richiede tempo ed energie, di cosa vi occupavate prima o vi occupate ancora?

Prima di decidere di far partire questa impresa svolgevamo lavori diversi, Serena faceva la parrucchiera ed io (Massimo) vari lavori stagionali, ma venuti in contatto con la realtà laotiana abbiamo deciso di credere in questo progetto e investire i nostri risparmi e il nostro tempo in questa idea. Ora la nostra impresa occupa tutto il nostro tempo: la gestione è complessa, soprattutto a livello logistico, oltre a richiedere un grande impegno nella comunicazione e diffusione del marchio.

 

Il disegno di gioielli faceva già parte dei vostri interessi/passioni?

Prima di cominciare questa avventura non sapevamo assolutamente nulla di gioielli. È stata una preziosissima fonte di conoscenza Francesca Barbarani, un’amica orafa e designer di gioielli di Viareggio, con la quale inizialmente abbiamo intrapreso una collaborazione. Con lei abbiamo disegnato e progettato gran parte della linea che è attualmente commercializzata sul nostro sito. Al momento siamo impegnati nella creazione di nuove collezioni, basate principalmente su forme geometriche basiche per non ostacolare il lavoro degli artigiani che utilizzano ancora tecniche antiche e sarebbero penalizzate da lavorazioni complesse.

Immagino che siate stati diverse volte in Laos: come potreste raccontare questo Paese a chi (come me) non c’è mai stato?

Il Laos è un Paese semplicemente stupendo! Noi siamo innamorati in modo particolare del nord, che è diventata la nostra seconda casa. I paesaggi naturali sono molto vari, si spazia da scenari montuosi incontaminati a variopinte cittadine storiche e coloniali, come Luang Prabang (Patrimonio dell’Unesco) dove spesso facciamo base prima di andare a visitare i villaggi rurali. Il problema di questo Paese martoriato dalle guerre è la grande differenza di condizione sociale che esiste  tra le città e i contesti rurali. Mentre il turismo è esploso nelle città principali, il 70% della popolazione vive di agricoltura e allevamento nelle zone più remote ed inaccessibili, spesso in situazioni di povertà estrema, senza elettricità e senza accesso all’acqua potabile. Per questo motivo, per esempio, utilizziamo il 10% dei nostri profitti per acquistare e distribuire filtri che servono a potabilizzare l’acqua per gli abitanti dei villaggi, mentre destiniamo un’altra parte di utili per aiutare le associazioni di sminamento che operano sul territorio.

Per promuovere il vostro lavoro usate i social network? Com’è il vostro rapporto con il mondo digitale?

FacebookInstagram sono i nostri principali canali di comunicazione e promozione del brand. Da qualche mese abbiamo intrapreso una collaborazione una agenzia di comunicazione (IIOII – forme di contenuti). Per quanto riguarda l’aspetto social durante l’ultima permanenza in Asia abbiamo studiato come realizzare advertising via Facebook e adesso investiamo in queste per far crescere la nostra pagina No War Factory e avere maggior visibilità sul nostro sito.

I prodotti No War Factory sono in vendita esclusivamente sul sito, ma, in occasione del prossimo Natale, faranno parte delle proposte di Emergency che li porterà, attraverso i propri mercati, in 13 città italiane: i fondi raccolti saranno destinati ai progetti dedicati alle vittime di guerra in Afghanistan e in Iraq. Voglio precisare, infine, che i gioielli No War Factory sono stati certificati da una società terza come: atossici, esenti da nichel e, naturalmente, non radioattivi.

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