Gerusalemme, la prima volta

La città vecchia ha una superficie di un chilometro quadrato, ma una volta entrati, sembra di attraversare il mondo. Poi c'è Gerusalemme fuori dalle mura e poi chissà quante altre cose che non so

[Premessa: come tutte le prime volte, è stata un’esperienza unica. E come tutti racconti delle prime volte, anche questo sarà pieno di banalità per chi Gerusalemme già la conosce.]

Per riassumere questa incredibile città, parlando con un amico, ci siamo detti quasi all’unisono che Gerusalemme e Tel Aviv distano solo una settantina di km e circa 2000 anni. Intanto, leggo su Doppiozero:

“La settimana lavorativa in Israele comincia la domenica. La settimana del DLD Innovation Festival, che raccoglie ogni anno a Tel Aviv migliaia di investitori e di innovatori da ogni angolo del globo, è cominciata domenica 3 settembre sul tetto del Comune di Tel Aviv, ribattezzata ormai da anni la non stop city, con un abitante su tre nella fascia di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Il numero degli innovatori in Israele, in rapporto alla popolazione e ai chilometri quadrati è unico al mondo.”

Gerusalemme, invece, è soprattutto questo:

Il Muro occidentale (Muro del Pianto, Muro di al-Burāq)
La Cupola della Roccia
Il Santo Sepolcro
Chiesa Apostolica Armena sede della Congregazione di San Giacomo

È mura di pietre dorate, convivenza, sovrapposizioni, status quo, equilibri delicati, simboli, bandiere, guardie, cerimonie, controsensi. È religioni. Non una, non tre, ma decine. È un traffico di automobili frettolose e pronte a suonare il clacson che scompaiono, improvvisamente, dal tramonto del venerdì. Essere laici a Gerusalemme ti fa sentire un po’ “alternativo”.

Devo essere grata a Whatsapp per come si è svolto il mio viaggio in Israele: l’ho organizzato, infatti, da sola con l’aiuto, la consulenza e i suggerimenti in chat di due guide italiane che vivono lì e con le quali ho condiviso il progetto nella fase precedente alla partenza. Il suggerimento di molti amici è stato, una volta arrivati, di cominciare con una visita guidata e non li ringrazierò mai abbastanza, perché visitare da soli la città vecchia di Gerusalemme certamente vuol dire godere della bellezza della città, senza però cominciare a toccare con mano lo spessore storico, politico e culturale nascosto dietro a ogni pietra. Solo cominciare.

Alle 9 del mattino del nostro primo giorno israeliano l’appuntamento, quindi, è con Giordana Moscati alla Porta di Giaffa, uno dei nove accessi alla città vecchia. Fino alle 5 del pomeriggio siamo stati insieme, attraversando i quartieri delle quattro comunità che vivono nella città vecchia (degli ebrei, dei musulmani, dei cristiani e degli armeni). Davanti al Muro Occidentale, Giordana ci ha spiegato una parte della sua storia, quella che non infastidisce gli ebrei e, viceversa, nella Spianata delle Moschee (per gli ebrei il Monte del Tempio) ha potuto parlarci di un altro pezzo di storia, quello che non infastidisce i musulmani.

Questa sua attenzione, all’inizio, ci ha molto stupiti, ma infilandoci piano piano nei vicoli della città, osservando gli invisibili, ma robustissimi, confini tra i quattro quartieri e gli incroci degli sguardi, di bandiere, di abbigliamenti, abbiamo cominciato a capire che qui, nel cuore di Gerusalemme, esiste un delicatissimo equilibrio sociale, religioso e politico, che può essere interrotto in un attimo, da un litigio, come da un attentato.

Nel suk del quartiere musulmano, Giordana ci ha anche introdotto al cibo e alle bevande che da quel giorno in avanti avremmo incontrato sul nostro percorso. Abbiamo assaggiato il succo di melograno e la limonata con menta e ghiaccio tritati che, nelle giornate di calura estiva, ci ha ristorato più di una volta.

Tra il XIX° e il XX° secolo, quando l’Impero Ottomano era ormai in fase di sfaldamento, diverse nazioni cristiane europee hanno voluto aprire qui case di ospitalità per l’accoglienza dei propri pellegrini in Terra Santa. Così, tra il portone di una chiesa e l’entrata di una sinagoga, lo sguardo può capitare sulle insegne delle più svariare “isole” straniere: dal Lutheran Hospice all’Austrian Hospice, da Casa Nova allo Swedish Theological Institute e così via. Occorre fare attenzione, perché magari non si notano subito, mentre vale la pena visitare qualcuno di questi ostelli per la loro incredibile adesione con il paese d’origine. Noi siamo stati all’Austrian Hospice: il cancello non è aperto, ma basta semplicemente suonare il campanello per accedere a un accogliente hotel, in perfetto stile viennese, completo di ritratti degli imperatori alle pareti e di strudel al bar.

Un consiglio: cercate di passare un venerdì sera a Gerusalemme, andate al Muro Occidentale senza dover fare niente, se non sedervi in mezzo alla piazza osservare e ascoltare l’altoparlante che annuncia l’inizio dello Shabbat. Più si avvicina l’ora del tramonto, più le persone che arrivano al Muro per pregare si fanno numerose e frettolose. Gli abiti sono quelli della cerimonia, per adulti e bambini, i gesti quelli del rituale.

E dopo questa concessione, si può tornare all’oggi, perché non sarebbe giusto relegare Gerusalemme al suo unico valore di culla delle più antiche tradizioni religiose.

Gerusalemme è il Museo della Shoah, lo Yad Vashem.

“istituito per documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime, nonché per ricordare e celebrare i non ebrei di diverse nazioni che rischiarono le loro vite per aiutare gli ebrei durante la Shoah e certificati fino al 1º gennaio 2017 in 26.513 persone.”

Yad Vashem
Yad Vashem

Gerusalemme è, anche, arte contemporanea e il museo più importante è The Israel Museum che quest’anno ospita, oltre alla collezione permanente, le mostre Maybe, Maybe Not di Ai Weiwei fino al 28 ottobre, In Full Color, 60 Years of Design by Dan Reisinger, fino al 3 marzo 2018.

The Israel Museum
The Israel Museum
Maybe, Maybe Not di Ai Weiwei

In pratica

  • LE GUIDE: Alessandra Waldman <alewaldman@yahoo.com> e Giordana Moscati <giordana.moscati@gmail.com>
  • LA CENA DEL VENERDì SERA: alle porte della città vecchia, il ristorante dell’hotel Three Arches, del circuito YMCA, è aperto il venerdì sera e offre un piacevole giardino dove godersi la brezza serale.
  • LE MANCE: subito, dalla prima cena, una cameriera mi ha spiegato che è buona cosa lasciare una mancia che va dal 10% al 20%… ma se anche non lo spiegano su tutti gli scontrini è sempre ben evidenziata “service not included” (anzi, spesso, è l’unica scritta in inglese in mezzo a un lungo testo in ebraico).
  • IL TAXI: Gett è una recentissima App grazie alla quale si può prenotare (con un piccolo supplemento) o chiamare il taxi (anche il sabato) da qualsiasi punto della città. Molto simile a Uber, il pagamento avviene con carta di credito, quindi nessuna scocciatura con le monete locali e, durante l’impostazione, si può anche prevedere la mancia inclusa nel pagamento. Gett è attiva in diverse città di Israele, in Russia, in Gran Bretagna e negli Usa, per ora, solo a New York. N.B.: il guidatore fino all’ultimo non sa se nel saldo è prevista o meno la mancia ed è stato molto divertente, ogni volta, scoprire il sorriso sulle sue labbra nel momento in cui, all’uscita automatica dello scontrino, scopriva la mancia!
  • IL PARCHEGGIO: se si noleggia un auto è importante sapere che nei parcheggi chiusi l’automobile non può restare durante lo Shabbat, mentre i parcheggi lungo le strade, di solito a pagamento con una colonnina, sono gratuiti sempre durante lo Shabbat.

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