Instagram, l’architettura e il Medio Oriente

Tre diari fotografici da esplorare se avete voglia di incontrare punti di vista diversi (da quelli a cui siamo abituati) su: Libano, Israele e Iran

Con questo post riprendo il discorso sul legame che mi piace intercettare tra Instagram, l’architettura e… un luogo geografico. E, non so, mi piacerebbe che diventasse una sorta di fil-rouge di questo blog, tra un prodotto di design e l’altro (ma, detto tra me e me, so che per riuscirci dovrò combattere con una mia caratteristica intima, una specie di avversità alla costanza).

Serge Najjar

Questa volta ho viaggiato virtualmente nei paesi del Medio Oriente spronata dalle fotografie di Serge Najjar, che all’inizio mi avevano “ingannato” … non avrei mai pensato fossero di Beirut.

E invece Serge Najjar è proprio un avvocato di Beirut, che si è avvicinato alla fotografia da autodidatta solo da qualche anno con l’intento di raccontare la sua martoriata città. Lo sguardo di Serge è puntato sui dettagli delle architetture, ma sempre con una presenza umana, come a voler esprimere vita e speranza in uno dei luoghi del mondo dove è più difficile averne.

Ohad Benit

È un giovane designer di Tel Aviv che si descrive come ‘undesigner’. In che senso? Di preciso non lo so, ma osservando la sua galleria fotografica mi accorgo che lo contraddistingue uno sguardo aperto, cosmopolita e multidisciplinare… insomma difficile da ‘rinchiudere’ in un’unica definizione.

Proprio con le sue foto dimostra la contemporaneità della città in cui vive: i soggetti non sono prettamente solo di architettura o di prodotto, ma dettagli di architetture e di prodotto, lucidi e precisi, compaiono tra lo scatto del volo di una cicogna e di un occhio in primo piano.

Reihaneh Hemmati

E poi, finalmente una donna che su Instagram si nasconde semplicemente dietro due sillabe re_he. Reihaneh Hemmati è una graphic designer di Tehran che ho scelto non solo per le sue fotografie, ma perché mi ha fatto subito simpatia: nella sua mini bio, infatti, ci tiene a sottolineare oltre alla sua professione, il fatto di essere mamma di Nivan. Come non sentirla vicina, nonostante la diversità dei nostri mondi?

Rehianeh nell’insieme ritrae facciate intere o particolari di palazzi, a tratti alternate a momenti intimi della sua famiglia. Ma sono soprattutto i muri i protagonisti della sua galleria, non importa che siano eleganti o modesti, magari anche ‘decorati’ da file di panni stesi: mi fa pensare al racconto di un possibile percorso quotidiano visto dai marciapiedi della sua e di altre città.

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