Pochi (posti) ma buoni

Parola d’ordine del ristorante milanese 28Posti è il recupero di spazi abbandonati, materiali, risorse umane, abilità manuali e saperi culinari. Attraverso un network di autoproduzione

Pochi coperti per rendere grande un ristorante milanese. 28Posti, in zona Naviglio Grande a Milano, fa parte di un progetto di ampio respiro che ha coinvolto diverse realtà impegnate nella progettazione e nel sociale, fra cui lo chef e la brigata di cucina. Tre grandi vetrine sulla strada di cui una è sia ingresso che cannocchiale ottico sulla cucina, mentre le altre due inquadrano la sala ristorante “minimal”.

Il locale ruota attorno alla cucina, fucina di sperimentazione visibile dalla strada, ma anche dalla vetrata a nastro accanto al desk. La sala è divisa in due zone dalla grande madia in stile anni Cinquanta, posizionata fra un’apertura ad arco e un muro grezzo.

28Posti identifica un ristorante, ma soprattutto un progetto, nato dalla collaborazione professionale e sociale di Silvia Orazi e Gaetano Berni, già impegnati con l’ONG Liveinslums in progetti di riqualificazione ambientale e sociale in Kenya e al Cairo, con Francesco Faccin che ha attivato, insieme al maestro ebanista Giuseppe Filippini, il laboratorio di falegnameria dell’Istituto Penitenziario Di Bollate.

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Il Bollate Lab, che impiega otto detenuti e fa parte del programma di lavori socialmente utili attivato nel carcere, ha realizzato sia gli arredi del ristorante, su progetto dello stesso Francesco Faccin, che la ristrutturazione, in collaborazione con Maria Luisa Daglia e Gaetano Berni.

La boiserie, la versione con finiture in tessuto della sedia Pelleossa  e le PET lamps, nate dalla collaborazione di Alvaro Catalán de Ocón e gli indios colombiani attraverso il riciclo di bottiglie in plastica, sono altrettanto socialmente utili del percorso di formazione in cucina di alcuni detenuti che hanno preso parte al progetto.

Alla base di tutto i principi di etica produttiva e contenimento dei costi. Per gli arredi (tavoli, bancone d’ingresso, credenze, porte) è stato utilizzato legno di riciclo in formato corto oppure dall’aspetto vissuto per l’esposizione a sole e acqua. Sono i primi pezzi di una collezione in divenire e di cui fanno parte anche gli oggetti autoprodotti a Nairobi posti nelle nicchie in muratura.

L’ambientazione pur nella sua essenzialità è suggestiva tanto quanto la cucina creativa di impronta mediterranea di Raffaele Mancini.

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